LOADING

OLTRE IL VALICO

settefrati, valcanneto

La metà di bosco: Val Canneto

Noi non lo sapevamo, degli uomini, quando venimmo a stabilirci qui. Ci sembrava che saremmo stati bene, il cielo e il verde erano allegri; come potevamo supporre la storia degli uomini? A pensarci bene, qualche vecchio patriarca forse ce ne aveva una volta accennato:

- Quaggiù, forse un giorno arriveranno anche quaggiù. -

ma era una divagazione di un altro discorso, una cosa detta senza dare importanza, forse a proposito di uomini passati di qua, che dico: uomini? Un uomo, avremmo visto, sperduto, forse un uomo… uno di quei cacciatori di penna solitari.

Fu quando i più giovani tra noi e gli altri alberi ebbero superato già da un po’ in altezza erbe ed arbusti che entrò nel bosco senza chiederci permesso.

Ce lo trovammo davanti non appena andò via la caligine dell’inverno proprio quando le nostre chiome avevano iniziato a competere per la luce; crescevamo in altezza per dominare i nostri compagni in un’onesta gara di velocità tra dominanti e dominati, era quella la nostra selezione naturale.

- E’ pur sempre fatto della stessa terra anche lui… - dicevano taluni

- Non arriverete a vedere il suo disastroso passo in mezzo a noi! – controbattevano scaltri i più alti in mezzo a noi.

Allora ci fecero fin da subito una strana impressione; anzi, ripensandoci, nient’affatto strana: perché ci sembrò che tra mille esseri avremmo indovinato che gli uomini erano proprio così.

Avevano arti lunghi e senza peli che muovevano lenti e goffi in corpiciattoli neri e opachi con un richiamo di suoni che tradiva una svogliata indifferenza; quel loro modo strascicato e aspro di suonare bastava a capire con quanto sprezzo per le nostre miserie avrebbero adempiuto il loro compito. Faceva parte del loro gioco, era scritto nel nostro destino.

Non sentivamo ancora l’odore del fumo, non c’era fuoco, e gli animali non scappavano spauriti eppure qualcosa tra noi stava già morendo; un presentimento ostinato raggelava la foresta muta di quei giorni.

Sentivamo da ore su un fianco della montagna pulsare un male feroce che ricalava il sentiero. Furono dapprima singolari ecchimosi brunastre, e trafelati rantoli di fumo, e poi l’aria, che era sempre stata agile, leggera, iniziò a ricadere pesante. Il motore della vita si stava inceppando. Non poteva che essere la morte. Un nugolo avvelenato razziava ossigeno, ci ostruiva il fiato fasciandoci attorno. Tentavamo di riconoscere un confine tra cielo e terra, ma tutt’intorno si sentiva parlottare solo quel loro cantilenato e lacerante:
- ATTENZIONE CADEEEEEEE! –

Violentavano con urla il silenzio della nostra valle. I colpi d’ascia echeggiavano; uno dopo l’altro dovevamo essere abbattuti tutti. Le gazze volarono via spaventate, il loro nido fu cancellato; l’aquila e tutti gli uccelli della foresta abbandonarono le loro case, potevamo ben capire cosa provavano.
Marchiarono folli camminamenti, curve a zigzag, cerchi, grovigli; in quei tracciati di lenta agonia travasi sottocutanei d’acqua forarono come cannule le rupi tormentate. Iniziò una lenta consunzione, diversa da quella a cui madre Natura ci aveva addestrati.
La foresta s’infiacchì alitando lunghe strie bluastre che risalivano il cielo; fu lacerata, e così frastornata si ritrasse dalle cime; da ogni dove apparvero calcarei arroganti contro cielo, macigni dirupati e canaloni rocciosi mai visti prima si precipitarono giù nel fondovalle scavando piaghe irregolari sulla nostra cute erbosa. Scomparvero gli anziani patriarchi, trisavoli di memoria. Tutto era divenuto silenzioso, ombroso, e se ne stava immobile.
Corvi e cornacchie vennero, uno più nero dell’altro, in grandi stormi, si posarono sui nostri tronchi morti, e gracchiarono aspramente raccontando della metà di bosco che non c’era più, e dei molti preziosi nidi d’uccelli, e dei vecchi e dei piccolini senza casa; e tutto per quella robaccia, per quel tizzone nero, che ardeva insoddisfatto.

Quell’ulcera infetta cronicizzava e ci costringeva a convivere con un dolore continuo. La foresta diveniva sempre più stentata, faticosa, alternata da singulti e da spasimi segreti.

Coloro che più svegliarono pietà ed orrore furono quelli tra noi stroncati a terra che alternarono contrazioni e gemiti a gesti di ripulsa per l’uomo, a innati tentativi di radici di nascondersi a terra; tutti questi atti che accompagnarono le agonie vegetali più tumultuose ebbero lo stesso valore psicologico di un singhiozzo irrefrenabile, di rantoli per tormento, del sudore per sgomento; parrebbero essere molto simili alle reazioni emotive degli uomini.
Quel morbo complesso e invalidante non volle venire a patti con l’anima dei nostri boschi. Non avemmo neanche capacità di rattristarci. Una mano cattiva ci ghermì da ogni parte. Volevamo utilizzare le poche energie rimaste per un gesto definitivo, lasciare un segno, dare alla colonia tossica degli uomini una condanna perpetua, dichiarare la loro infamia e svelarla a tutti i loro simili.
Quel messaggio indelebile della nostra rabbia restò congelato nelle radici amputate, nei tronchi superstiti incavati da solchi, nella foresta che ora ricopriva a chiazze la valle; i più vetusti tra noi non c’erano più, i paurosi e gli apprensivi del bosco non tornarono, altri divennero elusivi e sospettosi nascosti tra rupi e pendii scoscesi; l’odore aspro di muffa e l’aroma dei funghi scomparvero del nostro tappeto erboso, e sarebbero tornati solo all’alba di nuove generazioni di faggi.

Eppure vi fu in noi una pazienza ostinata, instancabile, continua come la vita stessa. Una determinata saggezza di eterno che arrideva alla precarietà degli sforzi umani di distruggerci.

E così in una bella mattina di primavera, tutti i peccati umani furono perdonati. Tornarono poco a poco i sommessi rumori del bosco: il bramito del cervo, lo sguaiato fischio improvviso della poiana, il ciarlare libero dell’acqua tra le rocce.

Gli uomini non incrinavano più la pace, ma ne erano parte integrante. Un corvo gracchiava lontano, verso il Passaggio dell’Orso.
Un tale giorno fu l’inizio della tregua. Mentre il sole si offriva per cauterizzare le nostre ferite, il peccatore più vile poté ritornare innocente a valle. La loro guerra in mezzo a noi, inspiegabilmente iniziata, inspiegabilmente era finita.

Il racconto trae ispirazione dalla Valle di Canneto (Settefrati), nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise; luogo di culto antichissimo la valle è stata oggetto, nel corso dei secoli, di un pesante sfruttamento per via dell'abbondanza di boschi, acque, e depositi minerari.