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OLTRE IL VALICO

NEL VENTRE CALDO DI MADRE TERRA

E c’era un canto che si baloccava di me. Riprese animo non appena mi fui avvicinata troppo; si levava nel bosco accortosi dell’inganno per caso.
Uno sguardo di sfuggita ed ecco una bella cosa che improvvisamente vidi: il residuo di uno specchio d’acqua incastonato nell'addome di un faggio accigliato.

Padre di un bosco non più giovane, su radici senzienti, misurava i giorni come fa un onesto lavoratore al finire di ogni crepuscolo. Gli riusciva sempre più difficile di resistere al tempo.

A pochi passi da lui, insaccato di peluria, un altro faggio accorso spavaldamente alla luce gli veniva addosso; lungo e magro trafficava coi suoi rami e scriveva le sue ombre su un tappeto molle di foglie. Figliuolo di quello stesso grosso e corrucciato faggio morente che lo aveva generato, e che con un braccio malaticcio se lo portava ancora semiappeso al suo tronco, se ne stava smanioso a misurargli la vita che, di anno in anno, volgeva il fianco a muschi e licheni; se ne contavan di nuovi ad ogni stagione.
Ma il più bello di tutti, quello che ha più ingegno, che sarà il primo di sicuro anche quest’anno a vedere l’autunno scendere da sopra le vette, era, nel bosco, un grosso erratico macigno, appendice insolente di uno stimabile fronte calcareo duemila piedi più su.

Sbriciolato via per capriccio di gioventù, si era poi rifugiato in un cantuccio di verde perché lo lasciassero stare.

Molto schivo, era anche il più maturo e il più buono del bosco. Solo al crepuscolo, al fuggir via di un altro giorno, rosso di rabbia, faceva mostra di sé e della sua stazza stagliando nel bosco la sua oblunga e nitida ombra.

Ti vidi con l’immaginazione dei bambini, inaspriti e intrisiti di privazioni e busse. Le tue mani furono i tuoi boschi.

Ho voluto vedere quel letto di foglie dove mi coricai malata molti anni prima, l’ho guardato un pezzo e non poteva parlare. Avevo allora più di un pacco di problemi e composizioni lunghe da quadrare e in cui fare ordine. Mai mi scorderò dell’indulgente e tremante voce di vento con cui mi interrogasti e di quel mal vezzo che mi prendeva allora alla mente.

In quella tridimensionalità di bosco, fin su i sentieri solitari, in cento forme diverse, mi dicesti le medesime cose.

A forza di insistere con le domande, in poche rozze parole, ti ho raccontato la mia storia affinché tu mi raccontassi altre cose. E ho intascato ogni cosa, ringraziando a mezza voce, con fare burbero, ma con lo sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso.
E discorrevamo di viaggi e persone che avevamo entrambe veduti, cominciava allora così il mio lagnarmi e poi tutt’insieme, infervorandomi, prendevo a dir male di ogni cosa; di aver trovato solo truffatori e briganti, e volevo dir ladri ma non potei finire la parola perché mi rovesciasti sopra la testa e le spalle una tempesta di lamine diafane che mi saltellarono nella mente con il fracasso dell’inverno ancora lontano.

Guardai allora all’insù e ricevetti ancora una manciata di umidi sgridi sulla faccia.

Riuscisti, stuzzicandomi e pungolandomi coi tuoi rami, a farmi allora snodare la lingua; capisti, un poco per compassione un poco perché io fui accesa dal cammino.

E tutti s’affollavano nella mente: i piaceri di gioventù, gli affetti, l’intelligenza e la vita, così grandi e così d’improvviso gentili come fai tanti fiori tu in primavera.

Una specie di anello di fuoco mi cingeva la mente, al caldo. Una sensazione di espulsione, come se sgusciassi via dai miei stessi pensieri.

Restasti quieta a guardarmi mutar d’animo, e così continuava mentre me ne stavo sguarnita di ogni altro appetito a guardare un ovale affusolato di verde pista ai piedi di una valle proibita; e lì alla sera avresti mostrato le innumerevoli vite velate dai boschi e accoccolate in budelli tortuosi del tuo stesso ventre.
La mia mente solcava le rughe dei tuoi monti, cercando in esse la facile rassicurazione del tempo che scorre, e poi giù fin verso l’ovattato silenzio del manto soffice dei tuoi boschi, nel conforto delle tue più familiari fragranze silvestri.

E così mi par sempre di star via troppo tempo senza ritrovarti.

La foto è dell'amico Luca.
Il racconto è ispirato ad un lungo trekking, tra stazzi e faggete, nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise con ascesa finale sul monte del Campitello. Località di partenza: Passo Godi.