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OLTRE IL VALICO

lapponia, sarek

Guardando a Nord: traversata in solitaria del Sarek National Park

PICCOLO VOCABOLARIO SAMI PER SOGNARE

Tjåhkkå nella lingua dei Sami significa cima di montagna, molto facile confonderla con jåhkå, che invece significa ruscello; jågåsj è un ruscello più piccolo, gårttje una cascata e la parola gasskas è il luogo tra qualcosa, due montagne o due laghi per esempio. Un gájsse è sempre un picco di montagna ma appuntito e ripido e un várásj è semplicemente una montagna più piccola delle altre; njunjes è uno sperone montuoso, nulppe un poggio di montagna senza foreste.
Per indicare un lago c’è la parola jávrre e le sue varianti: jaure, ávrre, haure e hávrre. Un luoppal è invece un piccolo stagno o un qualche tipo di acqua ferma in un ruscello. E poi garajiegge, palude con fili di terra dura, e riehppe, valle difficile da raggiungere, a forma di nicchia, spesso con un ghiacciaio; njalmme è foce di fiume, e quel possente massiccio montuoso? E’ l’Áhkka. La parola áhkka significa vecchia, moglie ma c'è anche un aggettivo, stessa ortografia, che inaspettatamente significa "riccamente ricoperto di erba".


Occhieggio spersa, mappa a terra, tra å dal suono dubbioso, duetti impertinenti di sj, jd, terzetti di caratteri fuoriluogo vrr, årk, htt, anzi che dico interi complessi scombinati di lettere fuoriposto. Questa mappa è il luogo dagli strani virtuosismi dell’abbiccì. Chissà che suoni. Mi corrono incontro toponimi fantastici, competono in manifestazioni foniche aspre e puntute dalla materialità di anfibolite. E’ uno sciorinare di consonanti esigenti, un avvicendarsi slegato di vocali preludio del vero esercizio di pazienza e attenzione che mi aspetta. Credo di sì, credo proprio che la selvaticità inviolata di questa Lapponia svedese sia anche tutta qua, nella grafia prominente e altalenante di nomi come Jågåsjagaskatjåhkkå o Oarjep Oalgásjjiegna.

Sapete fantasticare la bellezza che offende pure i sogni? Respirate, e con le dita tracciatene su mappa lentamente la lunghezza, inseguitela poi giù fin verso l'alto fianco di queste corde accatastate su carta, espirate: pare di esserci, Ruohtesvágge, chilometri di valle stordita da un cielo folle e scarmigliato.
Se non già ora su carta quando vincere quell’anca pizzuta di roccia ripida e ostinata che risale Spokstenen. Fate esercizio di spaesamento in Sjnjuvtjudisjåhkå, guardatelo bene. Di più.
Forse che non si vede fin già dalla parola Skierffe il racconto di una linea che fila dritta di sotto su un fondovalle smagliato?
Nella brevità di Aktse non distinguete anche voi come un punto, una sorta di attracco in un mare, forse lago, di conifere e betulle, e quel respiro mozzo e sfiancato dalla fine? Ma a voler riconsiderare meglio tutto, è nella corrispondenza ortografica fallita delle parole tjåhkkå (montagna) e jåhkå (ruscello) che si rapprende la materia della terra che questa sera io, con fantasia di geografo, cammino su mappa.

Scrivere postumo di un viaggio sognato mesi studiando carte è così: l’atto blasfemo di appiccicare alle note su cose immaginate gli appunti di quelle viste per davvero, come scrivere di luoghi fisici più luoghi dell’anima.

I GIORNI E LE NOTTI: GIOIA, PAURA, SORPRESA

Di giorno si sentiva di essere in alto, a Nord, e di notte faceva freddo ma i mattini come le sere erano carichi del mio in-dolente e tiepido dormiveglia. Ogni cosa dava il senso di quella grandezza, libertà e nobiltà suprema. Un paesaggio grasso e lussureggiante, l’essenza forte e traboccante di una regione dove per millenni gli uomini hanno vissuto in perenne compromesso con la Natura. I colori vividi e bagnati che paiono rubare lo sguardo al cielo. I boschi con l’odore pungente e balsamico della taiga, in certi punti così forte da far dolere persino la memoria. Il tratto più caratteristico del paesaggio e della vita qui è l’acqua. Il cielo è pallido, grigio, solcato da nubi pesanti in continuo movimento, non erte come torri ma dilavanti come mare, così estese da ingrigire anche i boschi di betulle e la tundra sottostante. Qui si respira bene e si distilla coraggio di vita.

Il Parco Nazionale del Sarek è un parco della Svezia, nella contea di Norrbotten; istituito nel 1909 fa parte della Lapponia svedese dichiarata Patrimonio Mondiale dell’umanità dall’UNESCO. Alte vette ricoperte da ghiacciai, circa cento, e profonde valli di anfibolite solcate da torrenti difficilmente guadabili. E’ una terra che si estende in basso ai piedi di grandi ghiacciai. Nessun sentiero, nessun segnavia, poche tracce di uomini e renne. Il vento quando soffia morde la schiena; nuvole che urtano contro pareti di roccia, lì sostano, si incagliano e si guastano in pioggia. Il paesaggio è penosamente grande e misterioso, a tratti sempre uguale. Perennemente sotto assedio dell’acqua. L’erba bassa come prato: salici e cipressi nani, rododendri medicamentosi al profumo di tenerezza, sanguinello, sugosi mirtilli selvatici e qua e là tra le zolle acqua che sbuca, risale al cielo e invade le caviglie. Lungo la cresta fin giù dalla cima, al di là della distesa rocciosa, li dove ci sono io a inseguire un’impronta di via lasciata dalle renne, sempre acqua; si insinua, non diserta neppure un centimetro quadrato di queste valli e mi costringe a procedere perennemente coi piedi in ammollo. Sono donna da carbonato di calcio, tutta quest’acqua che ristagna in superficie mi coglie impreparata.

La bellezza invade il cuore anche sotto la pioggia fitta; affondo inghiottita fino alle caviglie e la bellezza di nuovo prende a invadere il cuore. Sono ubriaca di libertà, a ogni passo bisogna superare l’indecisione di un acquitrino, la confusione di un pantano. Il sole sbuca, trapassa preciso varchi immaginari tra le creste, e poi si affretta di nuovo a coprirsi. Le riserve di umidità sembrano non avere mai una fine. La mia marcia un laboratorio di memorie. In acqua ci strascico i pensieri, e ora voglio un appoggio per sgravarmi anche un solo minuto dei 20 kg di zaino che porto con me.
Occhieggio di nuovo spersa come su mappa, è sempre la stessa valle, ma oggi sul fondo ci sono anch’io.
Mi prende la paura di chi non diserta il vuoto assoluto perché, anche se attorno a me sembra non esista vita alcuna, la scena che ho di fronte calamita di forza i miei pensieri. E mi prende ancora paura al vociare di un fiume. Si lancia violento da un ghiacciaio appartato dietro un contrafforte di pietra poco più su; mi impressiono alla vista di quelle labbra verticali di roccia dagli orli di lama, quanta accuratezza e sufficienza di spazi.
Mi rovina tra i piedi l’acqua e mi chiude la via. Medito la resa, il riposo, la via di fuga che non trovo. La mente si vuota, sento il dolore degli spallacci; la valle tutt’attorno di un verde grigio mi appare bellissima. Ora devo procedere come Aladino sul bordo di un immenso, antichissimo tappeto dove il verde si intreccia al bruno scuro della roccia in una strana, inimitabile, monocorde architettura naturale coll’irriverente argenteo, poderoso filo dell’acqua a orchestrare la mia scena. Mi libero del fiume e mi rinsaldo alla via.

Qua e là fiori sconosciuti che bucano il tappeto. Sono a scuola di silenzi. Strana illogica pazienza la mia, pochi gesti, gli stessi: nel nulla d’improvviso di nuovo la mia tenda e l’acqua di torrente in cui mondarsi di pensieri; poi, al riparo, indulgenza di cibo mentre si fa conta di chilometri e giornate, e un diario che rinfranca come dialogo con un amico. Tutt’attorno mi risponde in egual modo il mondo: ogni sera si ritira ingoiato dalla nebbia. Nella fiacchezza delle ore di riposo che mi si offrono davanti mi preparo all’imprevisto e all’inatteso del giorno dopo; dispongo la mia mente ad affrontare con grande calma un inciampo di piede, di direzione, o solo l’umore che stramazzerà a terra sfinito.
Sono differente dai Sami che hanno vissuto queste terre millenni, cerco in tutti i modi di proteggermi dall’ignoto e dagli assalti del fato. Il temporale fuori svanisce, un vento benevolo si alza e asciuga la tenda. Mi metto a dormire. Il sopore che mi ricopre porta il sapore del giorno che mi sfuma dentro.
E al mattino di nuovo davanti agli occhi tutti gli ingredienti del mio immaginario sentimentale: acqua che avvince, nebbia che trasforma, e la forza di un vento stanco. Eccolo ancora un’ultima volta risalire infuriato la valle alle mie spalle. Fa il suo giro, piroetta fin contro la parete in nylon della mia tenda che si piega. Tutta la notte, io sola, spettatrice della stessa danza.

Stamattina a tratti mi sembra di udire vociare umano da becco di uccelli, in lontananza grida di cani. Ieri sera, prima di chiudermi nel mio giaciglio, sul ghiacciaio che mi osserva da lassù ho creduto di vedere uomini, scalatori dell’imbrunire, muoversi e poi fermarsi tramutati dal buio in un lumino. La fantasia corre e l’immaginazione dilaga. Sono io ora quel fiume che scende da labbra verticali di roccia dagli orli di lama. Il corpo si inasprisce, l’anima ha sapore di confetto. Sento germinarmi papille sensibili come filamenti di micelio. Ho ucciso il desiderio. Ho ucciso qualsiasi desiderio.
Boccheggio ancora sospesa un altro giorno nella nebbia, una luce imprecisa mi grava sulle palpebre, sparge un tepore mobile come sogno. Alla sera pochi gesti, di nuovo gli stessi. E poi ancora sollievo di giaciglio, ci trovo dentro delizia di sogni antichi, bruciano memorie abbandonate: profumo di legno, l’amore, il vino, la casa. Mi nutro di me sola. Stanotte il freddo lappone è venuto a farmi il verso, è entrato nella tenda con me, l'ho visto sospeso a mezzaria. Aveva una maschera di gesso. L’animo ribolle. Il mio sonno, riposo del cuore come miele selvatico sulla punta della mia lingua.
Tutto mi accade alla notte, senza controllo e senza intervento. E’ un satori di possibilità in questo regno di pietra, di ghiaccio e di cielo. E’ il regno della semplificazione.


“Quanto a me, ti confesserò la mia debolezza: quando rientro non sono mai lo stesso di prima; l'ordine interiore che mi ero dato, in parte si scompone.”
Lucio Anneo Seneca - Lettere a Lucilio